La necropoli di Arolo di Leggiuno : riti dalla tarda preistoria del Verbano
La necropoli, in località “Le Rupi”, era posta ai piedi di una parete calcarea su di un terrazzo in sponda al Lago Maggiore e venne messa in luce nel 1967 durante lo scavo delle fondazioni di una villa privata che la distrusse. Ha restituito materiali di varie epoche compresi in particolare tra l’età del Rame e il Bronzo Antico e tra il Bronzo finale ed il primo Ferro. Tale scoperta avvenne in un momento della ricerca archeologica italiana in cui si disponeva ancora di pochissimi dati affidabili su sepolture Eneolitiche e dell’antica età del Bronzo di tutta l’Italia settentrionale.
Nonostante la crescita dei ritrovamenti e degli studi, i materiali di Arolo non goderono di molta attenzione e, se si esclude la prima parziale presentazione ad opera di Mira Bonomi nel 1976, bisogna aspettare sino al 1984 per vedere una presentazione integrale nelle pagine di Preistoria Alpina ad opera di Tizzoni. In ogni caso, restano poco noti e vengono solo citati in letteratura specialistica rimanendo poco studiati probabilmente sia a causa dell’assoluta mancanza di indicazioni stratigrafiche che per la forte eterogeneità dei materiali presenti1. Nonostante la totale assenza di stratigrafia in senso tipologico i materiali consentono di distinguere almeno due momenti di frequentazione in epoche pre-protostoriche, e, con il ritrovamento di nuovi materiali, di indiziarne un terzo al passaggio con la “Storia”, in un quadro complesso e risultante da molteplici influssi sovraregionali.
I Materiali del primo momento, probabilmente collocabili nell’età del Bronzo Antico, mostrano quella peculiare sensibilità per le tradizioni eneolitiche che caratterizza tutto l’arco alpino dell’Italia settentrionale e ne tradisce i contatti attraverso varie componenti.
L’abbondanza degli oggetti d’adorno, in primo luogo i Dentalium sexangulum e i vaghi di collana, ci porta verso il mondo delle grotticelle sepolcrari lombarde2 e, soprattutto, verso le necropoli di Bronzo Antico della zona trentina che godono di scavi recenti e di caratteristiche ben definite dove le coincidenze con il nostro caso sono cosi generalizzabili:
La necropoli, in località “Le Rupi”, era posta ai piedi di una parete calcarea su di un terrazzo in sponda al Lago Maggiore e venne messa in luce nel 1967 durante lo scavo delle fondazioni di una villa privata che la distrusse. Ha restituito materiali di varie epoche compresi in particolare tra l’età del Rame e il Bronzo Antico e tra il Bronzo finale ed il primo Ferro. Tale scoperta avvenne in un momento della ricerca archeologica italiana in cui si disponeva ancora di pochissimi dati affidabili su sepolture Eneolitiche e dell’antica età del Bronzo di tutta l’Italia settentrionale.
Nonostante la crescita dei ritrovamenti e degli studi, i materiali di Arolo non goderono di molta attenzione e, se si esclude la prima parziale presentazione ad opera di Mira Bonomi nel 1976, bisogna aspettare sino al 1984 per vedere una presentazione integrale nelle pagine di Preistoria Alpina ad opera di Tizzoni. In ogni caso, restano poco noti e vengono solo citati in letteratura specialistica rimanendo poco studiati probabilmente sia a causa dell’assoluta mancanza di indicazioni stratigrafiche che per la forte eterogeneità dei materiali presenti1. Nonostante la totale assenza di stratigrafia in senso tipologico i materiali consentono di distinguere almeno due momenti di frequentazione in epoche pre-protostoriche, e, con il ritrovamento di nuovi materiali, di indiziarne un terzo al passaggio con la “Storia”, in un quadro complesso e risultante da molteplici influssi sovraregionali.
I Materiali del primo momento, probabilmente collocabili nell’età del Bronzo Antico, mostrano quella peculiare sensibilità per le tradizioni eneolitiche che caratterizza tutto l’arco alpino dell’Italia settentrionale e ne tradisce i contatti attraverso varie componenti.
L’abbondanza degli oggetti d’adorno, in primo luogo i Dentalium sexangulum e i vaghi di collana, ci porta verso il mondo delle grotticelle sepolcrari lombarde2 e, soprattutto, verso le necropoli di Bronzo Antico della zona trentina che godono di scavi recenti e di caratteristiche ben definite dove le coincidenze con il nostro caso sono cosi generalizzabili:
necropoli addossate a pareti o sotto riparo;
deposizioni in piccole fosse con piccoli tumuli;
deposizione dei defunti sul fianco, rattratti o anche supini;
resti di fauna, interpretati come banchetti o offerte;
corredi molto ricchi;
uso prolungato;
presenza di fuochi o comunque una connessione con pratiche metallurgiche.
deposizioni in piccole fosse con piccoli tumuli;
deposizione dei defunti sul fianco, rattratti o anche supini;
resti di fauna, interpretati come banchetti o offerte;
corredi molto ricchi;
uso prolungato;
presenza di fuochi o comunque una connessione con pratiche metallurgiche.
Anche se per la reale provenienza di alcuni reperti – ad esempio i frammenti di un crogiuolo - vi sono dei dubbi e per la posizione degli inumati - forse supini ed orientati a corona verso il lago - dobbiamo rifarci a poche foto dell’epoca ed a indiscrezioni, riportate all’epoca dello scavo dagli allora ispettori onorari, le similitudini sembrano stringenti ed allargano l’orizzonte al modo elvetico. Nelle sepolture Trentine mancano quasi completamente gli oggetti di prestigio sociale, ad esempio spilloni, mentre la zona del Vallese svizzero ci porta dei confronti per quanto riguarda l’uso di deporre dei torques a sezione quadrangolare, spilloni e braccialetti che, in base al numero venivano associati al sesso del defunto. Anche se certamente riferibile ad un momento precedente all’impianto della necropoli, il frammento di parete neolitico presente tra i materiali ci parla della storia dei laghi varesini che, posti nel mezzo di un importante via d’acqua da sempre sfruttata, vi fiorì. Il Neolitico locale è conosciuto per forti tratti di originalità interna e una persistenza di tradizioni che legano le prealpi varesine ed il Canton Ticino meridionale almeno sino all’Età del Bronzo, quando il basso Lago Maggiore entra in contatto con la “Cultura di Polada” ma sviluppa un comprensorio palafitticolo autonomo a minor densità demografica. Quello che resta dei, probabilmente ricchi, corredi delle sepolture di Arolo, le colloca a pieno titolo in questa storia con i suoi boccali di gusto poladiano, la moltitudine di conchiglie fossili, il canino forato, gli elementi in pietra calcarea forati, i frammenti di ceramica decorata a besentrich, che non solo rimandano all’equipaggiamento di Otzi ma entrano nel quadro di una tradizione sepolcrare che affonda le sue radici nel tardo neolitico.
Se la materia prima dei supporti sembra in parte di origine locale, selce di Monvalle e per i fossili il sito di Cheglio, il grande numero di conchiglie deve porre delle questioni riguardo alle modalità di approvvigionamento di beni e materiali delle comunità della tarda preistoria, soprattutto in un caso come il Lago Maggiore che si pone a cerniera tra il mondo occidentale del Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria, quello centro-settentrionale della Svizzera e quello orientale che, attraverso le genti di “Polada”, connette con i gruppi del Bronzo Antico dell’Europa centrale.
Il secondo momento di utilizzo della necropoli si colloca all’interno di in un popolamento ormai diffuso e stabile su tutto il territorio da parte di popolazioni che appartengono ad un ethnos definito alle quale corrispondono un proprio territorio ed una propria lingua propria. La “Cultura di Golasecca”, con il suo antecedente formativo nel corso del Bronzo Finale secondo un decorso comune a molte popolazioni italiche (protoveneti, protovilanoviani, ecc..), rappresenta la più importante realtà preromana di matrice celtica presente in Italia, che a partire dal IX sec.a.C. sulle sponde meridionali del Lago Maggiore sviluppa l’importante centro protourbano di Sesto Calende-Golasecca-Castelletto Ticino. Non stupisce quindi di individuare la seconda fase della necropoli proprio in questo momento di forte riorganizzazione del territorio in senso commerciale che di fatto connetteva l’Europa centrale dei signori Hallstattiani con l’ambito mediterraneo etrusco.
Il terzo, ed ultimo, momento è desunto dal ritrovamento nei magazzini della Soprintendenza di due forme ceramiche riconducibili ad un momento in cui l’impero romano è ormai giunto nei territori del verbano. I confronti con i materiali vengono da contesti di sepolture del II-I sec. a.C. e se per la ciotola il confronto è con il modo gallico di tradizione insubre il bicchiere a tulipano si inquadra nelle produzioni standardizzate romane, dove la sua forma è con molta probabilità debitrice di tradizioni celtiche e forse addirittura golasecchiane del primo Ferro.
Il ritrovamento di nuovi materiali e l’ampia problematica riguardante il considerevole numero di Dentalium presenti nel sito sono sicuramente spunti per eventuali approfondimenti futuri nella prospettiva di un confronto sistematico con le culture del vicino mondo elvetico.
Figura 1 . linea del tempo con i principali limiti cronologici e suddivisioni della tarda preistoria.
Il secondo momento di utilizzo della necropoli si colloca all’interno di in un popolamento ormai diffuso e stabile su tutto il territorio da parte di popolazioni che appartengono ad un ethnos definito alle quale corrispondono un proprio territorio ed una propria lingua propria. La “Cultura di Golasecca”, con il suo antecedente formativo nel corso del Bronzo Finale secondo un decorso comune a molte popolazioni italiche (protoveneti, protovilanoviani, ecc..), rappresenta la più importante realtà preromana di matrice celtica presente in Italia, che a partire dal IX sec.a.C. sulle sponde meridionali del Lago Maggiore sviluppa l’importante centro protourbano di Sesto Calende-Golasecca-Castelletto Ticino. Non stupisce quindi di individuare la seconda fase della necropoli proprio in questo momento di forte riorganizzazione del territorio in senso commerciale che di fatto connetteva l’Europa centrale dei signori Hallstattiani con l’ambito mediterraneo etrusco.
Il terzo, ed ultimo, momento è desunto dal ritrovamento nei magazzini della Soprintendenza di due forme ceramiche riconducibili ad un momento in cui l’impero romano è ormai giunto nei territori del verbano. I confronti con i materiali vengono da contesti di sepolture del II-I sec. a.C. e se per la ciotola il confronto è con il modo gallico di tradizione insubre il bicchiere a tulipano si inquadra nelle produzioni standardizzate romane, dove la sua forma è con molta probabilità debitrice di tradizioni celtiche e forse addirittura golasecchiane del primo Ferro.
Il ritrovamento di nuovi materiali e l’ampia problematica riguardante il considerevole numero di Dentalium presenti nel sito sono sicuramente spunti per eventuali approfondimenti futuri nella prospettiva di un confronto sistematico con le culture del vicino mondo elvetico.
Figura 1 . linea del tempo con i principali limiti cronologici e suddivisioni della tarda preistoria.
Figura 2 . Una ricostruzione del possibile aspetto della mummia del Simulaun. Otzi era alto circa 1,60 m per 50 kg di peso e portava il 38 di scarpe, misure assolutamente nella media per la popolazione dell’età del Rame alpina. Recenti studi hanno mostrato che i suoi occhi erano azzurri e i capelli bruni ed è morto a circa 46 anni. L’unicità e il fantastico stato di conservazione fanno del ritrovamento uno dei mezzi privilegiati per la conoscenza dell’aspetto delle popolazioni dell’età dei metalli.
A cura di Stefano Viola
Per saperne di più
Sulla necropoli di Arolo:
Mira Bonomi A. 1976. “Giacimento del Bronzo antico e del primo Ferro ad Arolo”. in Sibrium, n°XII, pp.235-248.Tizzoni M. 1984. “Il sito di Arolo, Leggiuno(Varese)”, in P. A ., n°20, pp.217-226.
Viola S. 2009. La necropoli di Arolo di Leggiuno : contesto e materiali“, Verbanus, 30, pp. 209-244.
Sulla Preistoria in generale e delle nostre zone:
Cocchi Genick 2009, Preistoria, QuiEdit, Verona.Gambari F.M. 2004. “Le dinamiche territoriali nella Preistoria e Protostoria del Novarese”. In Spagnolo Garzoli G., Gambari F.M. (a cura di), Tra terra e acque, Carta Archeologica della Provincia di Novara. AGES, Torino, pp. 43-57.
Grassi M.T. 1995. La romanizzazione degli Insubri. Celti e romani in Transpadana attraverso la documentazione archeologica. Edizioni ET, Milano.
Su i riti ed i culti dell’ètà dei Metalli:
De Marinis R.C. 2003. “Riti funerari e problemi di paleo-demografia dell’antica età del Bronzo nell’Italia settentrionale”. in N. A. B. , n° 11, pp.5-78.
Nicolis F. 2001. “Il culto dei morti nell’antica e media età del Bronzo”, in Lazinger M. et al. (a cura di ), Storia del Trentino. Volume 1: la preistoria e la protostoria, Il Mulino, Bologna, pp. 337-365.